L’EDITORIALE

1980 – 2020 – Esattamente 40 anni fa il terremoto dell’Irpinia lasciava sulla scia 3000 morti

(di Marino Flavio Lombardi) – Sono circa le ore 19.34 del 23 novembre 1980 quando improvvisamente una scossa di magnitudo 6.9 colpisce il sud Italia, precisamente la zona dell’Irpinia, tra le province di Avellino, Potenza e Salerno, rendendo sordi cittadini e città per 90 secondi. Un minuto e mezzo di silenzio sordo e acuto percepito fino in Puglia nei pressi delle zone costiere, con lampadari e armadi che ballano, mentre laggiù tra la Basilicata e la Campania, migliaia di case stanno crollando a pezzi come castelli di sabbia seppellendo migliaia di persone; le vittime accertate sono circa 3000 tra donne, uomini, anziani e bambini, trecentomila gli sfollati che nel giro di qualche minuto si ritrovano per strada senza più una casa, senza più i propri cari accanto. L’epicentro fu individuato a circa 15 chilometri di profondità nella zona di Balvano, un comune nella provincia di Potenza e la scossa fu comunque sentita in tutta Italia, provocando uno squarcio di circa 35 chilometri sulla crosta terrestre. Purtroppo questo sarà solo l’inizio di un calvario molto più doloroso, sia dal punto di vista umano che sociale; le scosse furono principalmente tre e secondo le stime dell’epoca danneggiarono più di 350.000 edifici  e i comuni colpiti furono 687, alcuni dei quali furono completamente rasi al suolo. Fu uno dei terremoti più devastanti della storia d’Italia, in un luogo geografico già di per sé, soprattutto in quegli anni, poco dotato di servizi di comunicazione e con assetti geologici che difficilmente si adattavano alla regolare edilizia. In quegli anni i mezzi a disposizione non erano certo quelli odierni, questo provocò ingenti ritardi nei soccorsi che, come tristemente si potrà ricordare, non furono tempestivi e giunsero addirittura dopo 2 giorni. Molte persone restarono sepolte per giorni, come il caso di una signora che per circa una settimana riuscì a nutrirsi con soli biscotti e qualche bottiglia di salsa; anziani per terra disperati che cercavano i loro cari. L’evento nelle prime ore non sembrò alquanto grave ma con il passare delle ore purtroppo ci si rese conto che la situazione era invece disperata. L’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini giunse sul posto denunciando anche la mancanza di celerità negli interventi socio sanitari urgenti (cosa che purtroppo si ripeterà qualche anno dopo con la tragedia del piccolo Alfredino Rambi, caduto in un pozzo artesiano a Vermicino in provincia di Roma). Polemiche, critiche, promesse, l’unica realtà è che forse la brava gente che ha subito quella tragedia non sia mai stata supportata nella maniera in cui avrebbe meritato. Ci furono stanziamenti ed interventi con le prime costruzioni provvisorie di container, prefabbricati e addirittura vagoni di treni, dove far alloggiare provvisoriamente gli sfollati, quasi congelati dalle condizioni meteorologiche invernali avverse. In tutto questo la ricostruzione è stata lenta in questi 40 anni e mai del tutto in realtà completata, con famiglie che a tutt’oggi, 23 novembre 2020, alloggiano ancora in quei prefabbricati; un dato assurdo se si considera che in questi quattro decenni si sia spesa una cifra di circa 60 miliardi di euro. Questa mattina varie sono state le iniziative organizzate per ricordare le 3000 vittime di quella maledetta sera, come a Balvano, dove il comune ha celebrato la commemorazione ed una fiaccolata; ad Avellino è stato inaugurato il Parco della Memoria, a Potenza è stata conferita la cittadinanza onoraria all’Esercito Italiano, il quale attuò in quei tristi giorni un servizio di tutto rispetto ed onore nazionale per l’altissimo senso del dovere con cui operò in aiuto delle popolazioni colpite.

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